Bruciati vivi perché non volevano più vivere come animali. Ammazzati perché si erano lamentati di dividere un "buco" di casa in dieci persone. Nell'ordinanza di custodia cautelare per i due pakistani accusati di pluri omicidio volontario pluriaggravato, Safeer Ahmed e Ali Raza, 31 anni entrambi, la testimonianza chiave di un connazionale di Raza.
L'uomo mette a verbale ciò che lo stesso assassino gli racconta subito dopo l'eccidio. Ovvero che a scatenare la furia omicida una lite fra una delle 4 vittime e Safeer. Una discussione animata, tanto che quest'ultimo sarebbe stato colpito a uno zigomo con un pugno. Una vera e propria rissa fra i due e i braccianti seduti all'interno del minivan, tanto che Raza avrebbe persino chiamato il 112. I sette vengono notati da un carabiniere forestale poco prima della tragedia, insospettito di quel furgone sulla piazzola del distributore Ip lungo la statale ionica. Il militare racconta che nel vano c'erano sette persone, due sedute sui sedile anteriori (gli assassini) e cinque di dietro. Poi se ne va, la situazione sembra tranquilla. Mancano pochi minuti a mezzogiorno quando scoppia l'inferno. Waseem Khan, 29 anni pakistano, i tre afghani di etnia pashtun, Amin Fazal Khogjani, 28 anni, Safi Iayjad, 27 anni e Ullah Ismat Qiemi, 19 anni e il connazionale Mohammad Taj Alamyar, 35 anni (l'unico superstite) vengono chiusi in auto. Le maniglie interne divelte dal pakistano seduto sul lato passeggero mentre l'altro riempie una tanica, apre il portellone e getta benzina all'interno. I braccianti gridano mentre Safeer blocca gli sportelli con tutte e due le braccia. Raza appicca il fuoco con un accendino mentre i cinque urlano disperati. Subito dopo fuggono mentre Alamyar, rompendo a pugni un finestrino, riesce a scappare. Il suo racconto alla polizia e le immagini riprese dalle telecamere fanno il resto e in pochissime ore i due pakistani sono in questura per un primo interrogatorio. Il gip del Tribunale di Castrovillari convalida il fermo disponendo la custodia cautelare nel carcere dove sono rinchiusi dalla notte stessa dell'omicidio. Ma le indagini non sono chiuse. Gli inquirenti ipotizzano che ad aiutare i killer ci sia stato un terzo uomo, un amico di Safeer e Raza stando a quanto racconta Alamyar, il pakistano scampato alla strage. Il superteste, intanto, da Villapiana è stato portato in una località protetta assieme a un coinquilino, anche lui afghano, assente quel maledetto lunedì perché malato. Nell'udienza di convalida gli indagati si sono avvalsi della facoltà di non rispondere alle domande del giudice. "Sono sereni come lo si può essere in circostanze del genere" commentano i loro legali, Giovanni Brandi Cordasco Salmena e Giulia Montilli, che si sono opposti alla richiesta di misura cautelare avanzata dalla pm Roberta Bello. Il pm, raccontano i due avvocati, "si è rammaricato per il fatto che sia stato divulgato, non si sa come, il video in rete perché era un atto secretato". Le vittime, il più giovane di 19 anni, il più "vecchio" 29, erano arrivate in Calabria passando un periodo in Sardegna. Tutti e cinque incensurati e con regolare permesso di soggiorno anche se, poi, i loro contratti da 350 euro al mese erano fittizi.