Hormuz non basta più: così il Golfo prepara le rotte per aggirare il ricatto dell’Iran

Scritto il 05/06/2026
da Chiara Clausi

Emirati, Arabia Saudita e Oman accelerano su oleodotti, porti e nuove vie energetiche dopo il blocco dello Stretto

Dopo l’ultima crisi in Medio Oriente e il conseguente blocco dello Stretto di Hormuz, le potenze del Golfo si stanno concentrando nel trovare nuove rotte per aggirare il braccio di mare, strategica via commerciale mondiale. Piani di emergenza sono ormai essenziali. Un tempo attraverso Hormuz si trasportava un quinto del petrolio globale. Adesso verrà ridefinito il modo in cui l'energia raggiunge ogni angolo del globo in modo sicuro. Il mezzo? La costruzione di rotte alternative per neutralizzare lo Stretto come arma di ricatto degli ayatollah. I Paesi del Golfo stanno investendo miliardi in nuovi oleodotti, ferrovie e centri di stoccaggio energetico per superare un eventuale blocco futuro dello Stretto.

La chiusura di Hormuz è una delle conseguenze più durature e nocive del conflitto. Diverse petroliere navigano attraverso lo Stretto con localizzatori di posizione spenti per evitare attacchi iraniani. I prezzi dell'energia sono aumentati a causa della sua interruzione, provocando il razionamento del carburante in alcuni paesi e i timori di una recessione economica mentre l'inflazione sale. L’idea ora è quella di riorganizzare la mappa logistica della regione, attraverso il trasporto su gomma, ferroviario e la costruzione di nuovi porti.

Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Iraq hanno avviato piani per ampliare i propri oleodotti. Saranno necessari però nuovi accordi con Giordania, Siria e Turchia in materia di sicurezza, transito e diritti di esportazione. Dallo scoppio della guerra in Iran, Teheran ha ampliato in modo significativo la sua definizione dello Stretto e, di conseguenza, l'area marittima su cui rivendica il controllo. La Marina dei Pasdaran ha pubblicato una mappa il 4 maggio che mostra una nuova zona di controllo che comprende gran parte della costa del Golfo di Oman degli Emirati Arabi Uniti. Quella mossa ha coinciso con un attacco con droni contro una petroliera Adnoc e un fuoco di sbarramento sulla zona petrolifera di Fujairah, che il ministero degli Esteri degli Emirati Arabi Uniti ha definito una "trasgressione inaccettabile" e un "ricatto economico”. Le Guardie Rivoluzionarie hanno poi annunciato un'ulteriore espansione, ridefinendo lo Stretto come una "vasta area operativa".

Il conflitto ha dimostrato che "troppa energia mondiale transita ancora attraverso pochi punti critici", ha affermato Sultan Al Jaber, ministro dell'industria e delle tecnologie avanzate degli Emirati Arabi Uniti, durante un forum dell'Atlantic Council. Questo, ha aggiunto, sta ora spingendo Abu Dhabi “ad accelerare i piani per aggirare lo Stretto di Hormuz”. "La sicurezza energetica non riguarda più solo la capacità di continuare a produrre", ha spiegato Al Jaber, che è anche a capo del colosso petrolifero statale Adnoc. "Riguarda le rotte, l’accesso e lo stoccaggio”. Gli Emirati Arabi Uniti si stanno già muovendo.

Hanno utilizzato per le loro esportazioni di petrolio un oleodotto che transita verso Fujairah, una città portuale strategica situata al di fuori dello Stretto di Hormuz. La struttura ha una capacità di esportazione di 1,8 milioni di barili al giorno. A maggio, Abu Dhabi ha annunciato l'intenzione di accelerare i piani per un secondo oleodotto lungo la stessa rotta per raddoppiare la sua capacità di esportazione attraverso il porto di Fujairah entro il 2027, espandendo notevolmente la sua capacità di bypassare Hormuz.

Ma non finisce qui. Dopo la sua uscita dall’Opec e la maggiore indipendenza nella produzione energetica Abu Dhabi vuole espandere le proprie esportazioni anche verso l’Asia. Pure l'Arabia Saudita sta ampliando l’utilizzo del suo oleodotto Est-Ovest che attraversa orizzontalmente il paese e porta il petrolio prodotto sulla costa est verso il porto di esportazione di Yanbu, sulla costa ovest che dà sul mar Rosso. Riad sta anche potenziando anche quest’ultimo per far fronte al maggiore flusso. Gli Emirati Arabi Uniti e l'Arabia Saudita sono gli unici produttori del Golfo che esportano greggio al di fuori dello Stretto.

L'Oman ha una lunga costa sul Golfo dell'Oman, mentre Kuwait, Iraq, Qatar e Bahrein sono quasi del tutto dipendenti dal corso d'acqua per le spedizioni. Anche Muscat sta attuando la stessa strategia con i suoi porti. "L'eredità della crisi si tradurrà nella costruzione di infrastrutture per aggirare lo Stretto di Hormuz", ha affermato Hamad Hussain, economista specializzato in materie prime presso la società di ricerca londinese Capital Economics. "Ormai il vaso di Pandora è stato aperto, dato che la minaccia, a lungo paventata, di una chiusura effettiva dello Stretto da parte dell'Iran si è ora concretizzata".