«Lo spirito da leader martire» ha impedito ad Ali Khamenei di «rifugiarsi nei bunker». Così il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi racconta ad Al Mayadeeen, una tv libanese vicina ad Hezbollah, la scomparsa della Suprema Guida dilaniata dalle bombe israeliane la mattina del 28 febbraio scorso. Un racconto in prima persona, visto che quel giorno Araghchi era nel bunker della Suprema Guida in attesa di riferirgli i risultati delle trattative con gli americani condotte a Ginevra. Ma proprio l'essere stato messo in attesa ha salvato Araghchi. «Nel momento del martirio di Ali Khamenei, mi trovavo nel suo ufficio, ma l'ala in cui eravamo è rimasta illesa. Quando sono uscito dalle macerie, il mio solo pensiero è stato per lui. Continuavo a chiedermi se fosse stato colpito o si fosse salvato». Quel colpo fatale sulle prime non diede i risultati sperati. Anzi la nomina di Mojtaba Khamenei, il figlio della Suprema Guida sopravvissuto all'attacco nonostante le gravi ferite, è sembrata irrigidire il regime e regalare maggior potere a pasdaran e falchi ultra conservatori.
Oggi però l'apparente monoliticità sembra sul punto di sfaldarsi. Il primo ad ammetterlo è proprio Mojtaba Khamenei. «I nemici dell'Iran dopo la sconfitta sul campo - scrive in una lettera la Suprema Guida - cercano di creare divisioni interne e indebolire la resilienza del popolo». A chi si rivolge? Capirlo non è difficile. Il primo ad aver creato «divisioni interne» opponendosi prima alla nomina del figlio di Ali Khamenei e poi all'egemonia dei pasdaran è stato il presidente Masoud Pezeshkian. Eletto nonostante la passata fede «riformista», Pezeshkian è ormai un presidente di facciata. Non a caso, in una lettera di fine maggio indirizzata all'invisibile Suprema Guida, ha offerto le proprie dimissioni motivandole con l'impossibilità di svolgere il proprio ruolo. Una proposta che non è stata presa in considerazione per non rendere evidente la profondità dello scontro interno. L'uscita di Pezeshkian gli è valsa però numerosi attacchi. Tra i più duri quello del deputato Kamran Ghazanfari, un superfalco pronto ad accusarlo di aver trattato il cessate il fuoco e accettato il negoziato con gli Usa senza l'autorizzazione della Suprema Guida.
Ma gli strali dell'ala dura evidenziano anche le crepe interne al gruppo conservatore. Nei giorni scorsi l'ayatollah Jafar Sobhani, vicino ai vertici del potere, ha elogiato la trattativa con Washington. «Dobbiamo appoggiare i negoziati ed ottenere dei buoni risultati», ha detto l'ayatollah spiegando che una «buona trattativa» risponde all'interesse nazionale. Ma quel che fa più paura a Mojtaba e ai pasdaran suoi alleati sono i motivi di queste divisioni ovvero i timori di un tracollo economico. Chi, come Pezeshkian, punta a negoziare teme il collasso economico di un Paese dove il contro-blocco americano di Hormuz e le mancate vendite di petrolio hanno azzerato le entrate e dove oltre un milione di iraniani hanno perso il lavoro e dove mezzo chilo di formaggio - venduto a marzo a 4 milioni e 500mila rial (meno di 3 euro) - si compra oggi a circa 8 milioni di rial. Tra due mesi Teheran non avrà più petrolio da vendere alla Cina. Una situazione da incubo che rischia di portare il Paese al collasso se, come previsto, le scorte di valuta estera si esauriranno entro due mesi. Del resto Pezeshkian lo ripete da settimane. «La guerra principale si combatte sul fronte dell'economia».