Bologna a ferro e fuoco, ma la sinistra coccola i violenti

Scritto il 21/07/2026
da Massimo Balsamo

Il Pd condanna con distinguo, Conte chiede chiarezza sul caso Fakir e gli agenti restano sullo sfondo. Il nodo politico è il rapporto con gli antagonisti

Bologna brucia, gli agenti finiscono nel mirino di bombe carta e bottiglie, le automobili vengono incendiate e le strade trasformate in un campo di battaglia. Eppure, davanti all’ennesima esplosione di violenza antagonista, la sinistra sembra preoccuparsi soprattutto di proteggere la propria narrazione. La condanna arriva - quando arriva - ma quasi sempre accompagnata da distinguo, premesse e contrattacchi nei confronti del centrodestra.

È il solito copione. Quando sono gli uomini e le donne in divisa a essere aggrediti, la fermezza diventa improvvisamente un esercizio complicatissimo. Bisogna contestualizzare, separare, precisare. Bisogna soprattutto evitare di pronunciare parole che potrebbero irritare quella galassia di collettivi, centri sociali e movimenti antagonisti che da anni considera le forze dell’ordine un nemico politico. La manifestazione convocata dal sindaco dem Lepore - campione nel non assumersi responsabilità - in piazza del Nettuno per chiedere verità sulla morte di Abderrahim Fakir era iniziata pacificamente. Poi, una volta terminato il presidio, Bologna è precipitata nel caos: barricate, incendi, lanci di oggetti contro gli agenti, mezzi danneggiati e feriti.

Davanti a queste immagini ci si attenderebbe una condanna senza esitazioni. Nessuna attenuante, nessuna postilla, nessun tentativo di spostare il dibattito su altro. E invece il segretario del Pd di Bologna Enrico Di Stasi ha preferito mettere l’accento soprattutto sulla partecipazione alla manifestazione. La città, secondo l’esponente dem, “ha vissuto un momento di grande partecipazione e vicinanza collettiva. Oltre 5.000 persone si sono strette pacificamente vicino alla famiglia di Abderrahim Fakir per chiedere verità e giustizia, e le parole pronunciate dalla nipote Yosra hanno interpretato al meglio la risposta civile e democratica della città alla tragedia accaduta al Pilastro”. Immancabili anche i ringraziamenti al sindaco Lepore per “avere unito la cittadinanza, al contrario della destra che vuole solo dividere, pretendendo di conoscere già gli esiti delle indagini in modo pregiudiziale”. Nessuna boutade, è tutto vero.

Così, mentre Bologna conta i danni della guerriglia, l’urgenza del Pd locale sembra essere quella di difendere il proprio sindaco e accusare la destra. I violenti diventano quasi un elemento laterale, un fastidioso incidente da tenere separato dalla piazza buona, mentre il vero avversario politico resta il centrodestra che osa chiedere conto della gestione dell’ordine pubblico.

Più esplicita la presa di posizione del deputato dem Andrea De Maria, che ha definito inaccettabili gli assalti contro le forze dell’ordine. Ma anche in questo caso la condanna viene immediatamente inserita in un ragionamento politico diretto contro la destra: “I tanti cittadini che si sono ritrovati ieri in Piazza Nettuno a Bologna e le parole pronunciate in quella occasione dalla nipote di Abderrahim Fakir sono la risposta giusta, civile e democratica, al dolore per quello che è accaduto al Pilastro. Chi, dopo la manifestazione, ha attaccato le forze dell' ordine e compiuto atti violenti ha messo in atto azioni inaccettabili, che nulla hanno a che fare con la richiesta di giustizia e invece rappresentano un pericolo per la democrazia e per la convivenza civile. Gli uomini e le donne delle forze dell'ordine non sono nemici, sono i garanti della sicurezza di tutti i cittadini e meritano il sostegno di tutti. Non devono operare fuori dalla legge, come certa destra vorrebbe, ma nel rispetto della legalità, come deve accadere nelle democrazie”.

Una condanna, dunque, ma con l’inevitabile stoccata: “Come certa destra vorrebbe”. Come se qualcuno avesse chiesto licenza di illegalità per gli agenti. Come se, dopo una notte di devastazioni, fosse necessario riequilibrare immediatamente le responsabilità, evitando che la solidarietà alle divise possa apparire troppo netta. De Maria insiste poi contro il centrodestra: “La destra, che sta strumentalizzando quanto accaduto per attaccare il sindaco Lepore e che non chiede verità ma ha già deciso quali devono essere gli esiti dell' Inchiesta sulla base di un pregiudizio politico, manda un messaggio sbagliato, di conflitto e divisione. Ribadisco quanto ho detto ieri in Aula alla Camera: non servono giudizi sommari. La Magistratura, in cui ho la massima fiducia, sta facendo le indagini ed ha tutte le condizioni per accertare la piena verità dei fatti. La comunità si deve unire per chiedere verità. Lo dobbiamo ai familiari di chi ha perso la vita, alla comunità del Pilastro, alle stesse forze dell'ordine”.

E la Schlein? "Appena" 24 ore dopo la guerriglia, la segretaria dem è intervenuta ai microfoni di In Onda e si è esposta così: "Abbiamo chiesto subito di accertare fino in fondo e fare piena luce su quello che è accaduto con la morte di Fakir. E' doveroso che le istituzioni chiedano di fare piena luce, qualcosa non è andato come doveva, tutti siamo rimasti sconvolti. Quando un uomo muore durante un'operazione di fermo, lo Stato ha fallito e proprio lo Stato deve fare piena luce. La politica non deve arrivare con condanne o assoluzioni di ufficio, sarà la magistratura a stabilire se ci saranno responsabilità e di chi".

Ma non è tutto. Parlando di Lepore, la Schlein è riuscita ad affermare che il sindaco di Bologna "ha scelto di governare la frustrazione e lo smarrimento di un'intera comunità. E' stato importante, per non lasciarla in balia delle spinte più estremiste e degli antagonisti. La violenza è da condannare sempre, ogni volta che si manifesta". E ancora, buttandola in caciara: "Va fatta una premessa, non penso che il ruolo della politica sia quello di precipitarsi a commemorare ogni giorno i fatti di cronaca alimentando le tifoserie. C'è un clima di odio, una polarizzazione che non aiuta la ricerca della verità e non fa bene. I rappresentanti delle istituzioni devono svelenire il clima".

Dichiarazioni particolari, ma sempre meglio del silenzio: solitamente quando un tema è delicato, la segretaria resta muta. Un sistema stroncato da Carlo Calenda in relazione al caso Ercolano, dove il segretario Pd locale e ed un consigliere comunale del partito sono apparsi in un video mentre celebrano il risultato elettorale alle amministrative ad una festa dove era presente anche un pregiudicato che ha scontato una pena di otto anni per associazione a delinquere di stampo mafioso. A dir poco tranchant il leader d'Azione a margine della fine del suo intervento all'evento con "Spazio Pubblico" di Pina Picierno a Caserta: "La sua unica strategia è quella dell’opossum: si finge morta, sperando che le cose scompaiano".

Sia chiaro: nessuno contesta la necessità di accertare fino in fondo le circostanze della morte di Fakir. È doveroso che la magistratura faccia chiarezza e individui eventuali responsabilità. Ma proprio perché giustizia e legalità devono valere sempre, non è accettabile trasformare una tragedia ancora al vaglio degli inquirenti nel pretesto per assaltare gli agenti e devastare una città. Anche Giuseppe Conte, intervenendo sul caso Fakir dopo aver parlato della condanna di Mario Roggero, ha dichiarato: “Nel caso Roggero non parliamo assolutamente di legittima difesa, parliamo di una rappresaglia, una vendetta al di fuori di qualsiasi contesto di legittima difesa. E parliamo del caso Fakir. C'è un fatto: la morte è accertata nel momento in cui era sotto il controllo delle forze dell'ordine, il personale sanitario attorno. Aspettiamo gli accertamenti della magistratura. Ripeto, bisogna andare fino in fondo”.

Giusto andare fino in fondo. Ma bisognerebbe farlo anche quando a finire sotto attacco sono poliziotti e carabinieri. Bisognerebbe spiegare, senza ambiguità, che chi lancia bombe carta contro gli agenti non è un manifestante, ma un violento. Che chi incendia automobili non esprime dissenso, ma commette reati. Che la divisa non può diventare il bersaglio tollerato di una rabbia politica alimentata per anni.

Il dubbio è che la sinistra non riesca a recidere davvero il legame con questi ambienti. Forse per paura di perdere consenso, forse per convenienza elettorale, forse perché una parte del suo mondo continua a guardare agli antagonisti con indulgenza culturale. Gli esempi sono tanti, basti pensare al caso Askatasuna. La condanna arriva quando non ci sono alternative, ma comunque senza mai chiudere definitivamente la porta. Ed è proprio questo il punto più inquietante. Pd, 5 stelle e Avs aspirano a governare insieme il Paese. Ma come pensano di garantire la sicurezza degli italiani se faticano persino a schierarsi senza riserve dalla parte degli agenti aggrediti? Come intendono tutelare le città, le famiglie e chi indossa una divisa, continuando a solleticare collettivi, antagonisti e professionisti della guerriglia? Governare significa scegliere da che parte stare, non coccolare certe fazioni. E tra chi difende la legalità e chi trasforma le strade in un campo di battaglia non dovrebbe esserci spazio per alcuna titubanza.