Vargas Llosa e il Perù: una lunga storia di amore e odio che Gabriella Saba racconta nel volume In Perù con Mario Vargas Llosa (Giulio Perrone Editore, pagg. 132 pagine, euro 16). Non è una guida turistica né un saggio letterario sullo scrittore premio Nobel nel 2010, bensì un'immersione profonda nel mondo dell'autore peruviano, un viaggio appassionato tra i personaggi e le ambientazioni dei suoi romanzi.
Vargas Llosa amava il Perù, ma per molto tempo lo ha anche detestato. Di sicuro dal 1990 in poi, da quando volle imbarcarsi nella folle avventura delle elezioni presidenziali e il suo popolo gli voltò le spalle, preferendogli l'allora oscuro candidato Alberto Fujimori. Lo scrittore simbolo del Perù lasciò sdegnato la patria per l'Europa, prima per Londra, poi per Parigi e infine fermandosi a Madrid, scegliendo un autoesilio di trentadue anni. Tornò a Lima soltanto nel 2022, per morirvi giusto un anno fa, il 13 aprile del 2025, all'età di 89 anni.
Gabriella Saba parte proprio da qui, dalle ultime foto che pochi mesi prima della morte lo ritraggono mentre visita dopo decenni i luoghi della sua giovinezza, gli stessi che aveva scelto per ambientare le sue opere più famose: il quartiere Miraflores dov'è cresciuto e dove si svolgono i romanzi La città e i cani e Conversazione nella Cattedrale, il collegio militare Leoncio Prado a Callao, dove lo stesso Vargas Llosa studiò due anni da cadetto, il rione bohémien di Barranco nel quale il suo alter ego Santiago Zavala va a vivere quando inizia a fare il giornalista, la zona caotica e multietnica di La Victoria e in particolare Huatica, dove i cadetti andavano in libera uscita bazzicando "la strada dei bordelli che oggi si chiama Jirón Renovación e di quei tempi non conserva postriboli né malaffare, benché resti pericolosa e centro del microtraffico di droga".
Una Lima che in Storia di Mayta Vargas Llosa descrive come "putrida, desolata, brutta, infestata dai topi e dagli scarafaggi", oltreché livida e umida: nelle pagine di Conversazioni nella Cattedrale le parole "grigio" e "nebbia" riferite al clima cittadino appaiono trenta volte e la pioggia sottile della costa, la famosa garúa, cade di continuo in questo o quel quartiere. Eppure negli ultimi anni lo scrittore è tornato ad abitare lì dove tutto è iniziato, in un elegante e luminoso appartamento di Barranco affacciato sul mare, nel quartiere degli artisti, dei locali alla moda, dei giovani, degli architetti più sfrontati, dei palazzi colorati e dei murales.
E proprio alla sua città e al suo popolo è dedicato l'ultimo, malinconico romanzo di Vargas Llosa, Le dedico il mio silenzio, pubblicato nel 2024, un viaggio a ritroso nel tempo alla ricerca delle radici della musica popolare peruviana, in particolare i valses criollos, frutto della fusione fra le melodie di origine spagnola e i ritmi africani. In questo libro si ritrova lo splendore del centro coloniale degli anni Cinquanta, le strade piene di vita e di locali alla moda, frequentate da intellettuali e politici e la presenza di caffè francesi, negozi di gioielli e di abiti di lusso che mettevano Lima sullo stesso blasonato piano di Buenos Aires.
Ma Vargas Llosa non è solo Lima. È anche Arequipa, dove nacque e trascorse i primi anni di vita; è Piura, nel nord, dove lo scrittore visse e ambientò La casa verde; è l'Amazzonia peruviana, teatro delle tragicomiche imprese di Pantaleòn e le visitatrici; e sono le cordigliere dove l'autore colloca una delle sue storie più cupe (Il caporale Lituma sulle Ande), eco dell'epoca sanguinaria del terrorismo di Sendero Luminoso.

